deVerifica
Semiperiodico a cadenza umorale di arti | società | culture del documentarioImmigrazione clandestina: la più mite delle rivoluzioni
Quelle imbarcazioni, simbolo di una mobilità forzata, trasportano merce in scadenza, pedine di un sistema divoratore che attrae a sé più bocche di quante ne possa sfamare.
di Piergiorgio Scuteri
L’immigrazione, qualunque sia il colore del “materiale” umano che la sostanzia, in particolar modo quella clandestina, sembra avere un valore etico di portata rivoluzionaria: nel nostro sistema economico è libero solo chi è libero di arricchirsi, il povero e diseredato non ha libertà di movimento, le masse che si muovono, ostinatamente e nella disperazione più totale, rappresentano un vero e proprio antidoto alla silenziosa accettazione di quelle regole che, nel tentativo di organizzare il funzionamento della macchina, si affidano ad un’etica che indirettamente finisce per negare gli stessi principi di libertà che sono le fondamenta del sistema stesso.
Quelle imbarcazioni, simbolo di una mobilità forzata chiaramente inevitabile, mettono in luce le contraddizioni della società del party perpetuo, “la festa della gioia” che si alimenta di acido gaudio e nient’altro: il grasso sistema che tutti ci coccola e protegge alza il livello di esclusione.
Le nostre menti cedono alle lusinghe del muro dopo averne celebrato simbolicamente, solo nel 1989, il definitivo crollo – abbattimento -rimozione. Mentre i figli delle palestre d’Occidente si arrampicano su pareti “fitnees” di finta pietra sapientemente costruite per prevenire cadute, assistiamo quotidianamente allo spettacolo della disperazione, quasi noiosa per la sua ripetitività.
In mezzo a quelle centinaia di migliaia di clandestini che ogni anno scavalcano il muro di un’esclusione sempre meno scontata, il padre di famiglia riconosce l’ormai fisiologica merce in scadenza, pedine di un sistema divoratore che attrae a sé più bocche di quante ne possa sfamare. Ma attenzione!.. Non sarà la fame degli esclusi a scatenare la violenza dentro i nostri recinti, ma il vuoto, quell’aria che inumidisce gli occhi di lacrime senza pena. La sofferenza placherebbe, perchè nella necessità di essere elaborata, mitiga l’impeto del desiderio; il vuoto, invece, sollecita l’impatto.
La domanda è: “come hai fatto, uomo, a scivolare dolcemente con la testa sotto la ruota?”.
Mentre quell’umanità che credevamo di avere a servizio(ad ore!) non bussa più alle nostre porte, ma tracolla sui nostri pianerottoli, la festa sembra essere finita. La droga che circola nel sangue del mediocre uomo medio, unica categoria sociale riconoscibile e che ci include tutti, indistintamente, al di la del differente potere d’acquisto – perché è il modo di pensare che ci rende simili – serve solo a reiterare disperatamente la sensazione di gioia per la gioia.
Dove può esistere una civiltà migliore, capace di non seguire i rumori della pancia, l’egoismo come unica religione? Dov’è nascosto quel bagaglio ricco di storia che credevamo ci avesse reso sposi di un dio più giusto?
Il dna di una civiltà fondata sui diritti è di nuovo corrotto, le evidenti crepe della nostra impalcatura ci rendono sfacciati davanti ai nostri peggiori umori, fioccano le maledizioni, esibite, pornografiche, contro i più deboli, dall’indifferenza al fastidio, dal fastidio all’accanimento; non abbiamo più timore ad alzare il pugno minaccioso sul mendicante, sull’affamato, sull’emigrante.
Dove sono gli uomini che possono governare questa rivoluzione che svela le miserie di questo sistema fondato sul diritto, in cui il denaro, non dico nulla di nuovo, è il fine e non il mezzo? E’ uno strano meccanismo quello in cui è attraverso gli esseri umani che si compra il denaro.
I segni dell’insofferenza sono ovunque, l’immigrazione clandestina è la più mite delle rivoluzioni, benevola perché ci allerta: il più attento dei liberali dovrebbe essere consapevole che la ricchezza non si difende con i muri, ma con la giustizia sociale.